Visualizzazione post con etichetta Books. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Books. Mostra tutti i post

venerdì 29 gennaio 2010

Camminare

Un consiglio a tutti coloro che stanno davanti a internet dalla mattina alla sera, agli annoiati, ai teledipendenti, ai frustrati... Leggete "Camminare" dello scrittore norvegese Tomas Espedal. Mi ha fatto riscoprire la voglia di sentire la terra sotto i piedi muoversi, il piacere di sentirmi unito all'ambiente anche in una caotica città. Perchè il cammino è parte dell'uomo e c'è tutta una letteratura che ne parla e ci insegna a mollare tutto e andare...
Il libro è scorrevole e parla delle esperienze di un eterno giovane scrittore single amante dell'alcohol e della letteratura che ha passato tanto tempo a viaggiare e soprattutto a camminare! A volte, incredibile ma vero, ci muoviamo senza pensare che camminiamo...

sabato 22 novembre 2008

Portogallo e Montale

"Il Portogallo è uno dei paesi latini che il Cielo ha meglio preservato dalla volgarità. Le ragioni di questo fatto mi sfuggono. Se siete sensibili al motivo economico potrete attribuirle a mancanza di capitali che permettano di creare industrie e di sfruttare il policromo mantello di troppe terre; se siete psicologi e moralisti osserverete che dovunque esiste una tradizione cattolica è frenata la corsa al meccanicismo e alla vita intensa; se siete modernisti e attivisti direte che il benessere porta con sè inevitabilmente un certo appiattimento, ma è sempre da preferirsi alla nobile muffa delle nazioni "depresse". Sia come si voglia, resta la constatazione che qui sopravvive qualche bene che le nazioni poste alla frusta dal progresso hanno ormai perduto di vista. Lo stesso insegnamento si porta via dalla Grecia, prova evidente che dove è passata la grandezza un cedimento totale non è più possibile. (...) Siamo in una delle ultime classiche riserve di Strapaese, questa è la verità: in un angolo del mondo dove non esistono confini tra regalità, familiarità e indigenza, e dove la misura delle cose è ancora umana."

Eugenio Montale
"Prose narrative"

mercoledì 10 settembre 2008

Scrivono proprio tutti...

Un libro molto poco brillante. Ecco il mio giudizio su Generazione Erasmus di Davide Faraldi. Lavorando in libreria ne vedo un po' di tutti i colori e mi sto sempre più accorgendo della scarsa qualità di romanzi di giovani autori che non si sa come arrivano alla "celebrità" per poi spegnersi come neve al sole. Chissà chi ci mangia... Perchè anche uno che non legge normalmente si accorgerebbe della pochezza di questo romanzo, pieno di volgarità e costruito su una trama debolissima e una scrittura a dir poco elementare! L'ho preso in biblioteca, curioso del fatto che si basa su un'esperienza Erasmus a Nizza, come ho fatto io anni fa proprio in questa città meravigliosa. Fui preso da entusiasmo cercando di leggere qualcosa che mi facesse sognare quell'esperienza. E invece... Lo studente Erasmus diventa un povero cacciatore di fighe, meglio se straniere, sempre pronto a cazzeggiare e a cercare il modo per perdere tempo. Il libro è un lungo, tristissimo resoconto delle prede del nostro amico, il quale si interroga sui perchè più banali della vita cercando di rispondersi inanellando rapporti di ogni tipo, con una superficialità a dir poco imbarazzante. Non che io non sappia che l'Erasmus sia un periodo di "grazia ricevuta", ma mi sembra a dir poco inopportuno intitolare un romanzo così! Tra una trombata e l'altra si arriva alla fine con le pillole di saggezza del ragazzo che non trova lavoro e che manda a quel paese lo stato e la società... per poi accettare l'ultima tentazione femminile... Una tristezza assoluta! E dire che lui stesso nelle note finali ringrazia quegli editori che gli hanno rifiutato il libro perchè gli hanno dato quella rabbia utile ad andare avanti...
Purtroppo ne ha trovato uno che ha deciso di darlo alle stampe.... Sic! Strasic!!!!

giovedì 15 maggio 2008

Sulle colpe occidentali

Tra i libri che ammasso mensilmente sul mio tavolo, presi dalla biblioteca di Modena ce n'è uno che mi piacerebbe divorare, ma che forse farà la fine dei tanti che prendo e che restituisco senza averli aperti... (non chiedetemi il perchè, sic!...). Si tratta di un saggio edito da Guanda di Pascal Bruckner, polemista e saggista francese, il cui titolo già dice molto: "La tirannia della penitenza". L'ho scoperto in qualche recensione di quotidiano e mi ha subito interessato. Il buon Pascal è già famoso per aver pubblicato qualche anno fa un libro molto provocatorio ora riedito sempre da Guanda: "Il singhiozzo dell'uomo bianco". In entrambi i lavori si affronta l'originale presa di posizione di un occidentale che guarda al senso di colpa nei confronti del Terzo Mondo come una sorta di masochismo (è anche il sottotitolo del libro), di eccessivo e severo giudizio riguardo popoli che hanno in fin dei conti problemi che noi abbiamo superato da un pezzo. Questo senso di colpa proveniente dal periodo coloniale ha in pratica impedito alla storia e all'opinione pubblica (anche religiosa) europea di vedere con occhio limpido la realtà della colpa. E riprendendo le ultime righe dell'introduzione "il mondo intero bussa alla porta dell'Europa, vi vuole mettere piede proprio quando quest'ultima si macera nella vergogna di sè. Scopo di questo libro sarà quindi capire questo paradosso, descrivere la nostra decadenza morale e offrire gli strumenti teorici per porvi rimedio." Un libro molto interessante per tutti coloro che vogliono andare a fondo alla crisi della nostra identità occidentale.

giovedì 11 ottobre 2007

Sempre su "Traversate" (4)

Magistrale schizzo di Beirut al mattino.
"Fi-l-sobh, all'alba. Mi ero svegliato molto presto, per scoprire la città sotto un altro aspetto. Avevo bisogno di avvertirne le pulsazioni, di sentirla scrollarsi, riprendere vita. Camminavo senza meta, svoltando a sinistra, ritornando indietro, andando di qua e di là, guidato solo dal ritmo dei miei passi. La forma della città, completamente avvolta nella densità della notte, non si vedeva. Isolati sparsi, cumuli di buio sul granpavese delle mie traversate, come riuscire a orientarmi? Non importa, l'oscurità non m'impedisce di vedere quel che al momento non cerco. Con i sensi all'erta, posso indovinare al tatto le asperità della città, sentire la brezza fresca che viene dal mare, e soprattutto posso ascoltare. Ascoltare quel canto sacro che sfida il caos della città. Sale lentamente, attraversa la notte e chiama il giorno. Sordo, al principio, grave, quasi cavernoso, cresce, sale, si gonfia per diventare poi fluido, leggero, quasi trasparente. Le variazioni della voce rivelano un mondo che, fino ad allora, sembrava inaccessibile. Canto sacro, mondo divino, che si lascia intravedere d'improvviso tra gli arcani della città profana."

venerdì 28 settembre 2007

L'italia del pressapoco

Un libro, tante verità.

E' quello che sto scoprendo nello splendido lavoro di Raffaele Simone "Il Paese del pressapoco". Condivido tutto quello c'è scritto e invito tanti amici o semplici curiosi a leggerlo!
Perchè? Non si può dirlo in poche righe, ma penso sia prezioso per tutti quelli che non hanno capito ancora molto del nostro Paese e per chi pensa invece di sapere tutto. La massa di aneddoti e di elementi sulle abitudini degli italiani è, come si può percepire dal titolo, sempre a carattere critico. Ma Simone ci vede benissimo!!!
Come quando analizza gli stereotipi dei comportamenti più comuni degli italiani, dalla politica alla semplice cultura dei personaggi dei film (splendida la sua stangata ai presunti furbi illuminati di tanti film italiani...), passando per la nostra presunta generosità e per le nostre tante incapacità.
Così stangata dopo stangata demolisce tutte quelle caratteristiche del popolo italiano che per un motivo o per l'altro sono sempre state più o meno giustificate dalla massa, ma che all'estero sono sempre state viste, giustamente, come scandalose.
Magari quando l'avrò finito ne riparleremo...

mercoledì 1 agosto 2007

Sempre su "Traversate" (3)

Ancora lo splendido libro di Fabre che mi ispira e mi fa sognare...
"Guarda l'Acropoli, piuttosto, e lasciati trasportare da ciò che gli abitanti dell'Attica chiamavano la >culla del sole<. Seguendo Iktinos nel suo periodo, ho trovato, in Sicilia, questo frammento che, ne sono certo, è suo: >Il cielo è la parte di mondo che aumenta quando la terra e il mare si incontrano per costruire il paesaggio della nostra vita<".
"Le mie traversate, però, non sono un'ascesi o un rifiuto del mondo, ancor meno un'idea. Solo un bisogno di erranza, una ricerca del >sentimento del diverso<, l'esigenza d'inventare continuamente dei peripli attorno a quel cerchio aperto sull'altrove che chiamo il mio Mediterraneo..."
C'è anche spazio per Charles Baudelaire:
"lanciatemi, forti trecce, come sa fare l'onda!
In te, mare d'ebano, vive un fulgido sogno
di remi e vele, d'alberi e di fiamme."
E questo meraviglioso schizzo di Alessandria d'Egitto:
"Guardando quelle case, la vita sulle terrazze, le donne che si parlavano da una casa all'altra, i bambini che s'inseguivano e giocavano nell'acqua, avevo la certezza di trovarmi nel Mediterraneo. Quell'interno di Alessandria mi era familiare. Non avevo bisogno di paragonare quell'angolo di città al tal paesino di pescatori italiano, spagnolo o provenzale; ero nel Mediterraneo."

venerdì 22 giugno 2007

Sempre su "Traversate" (2)

Un altro passo interessante e ricco di emozione è quello in cui l'autore descrive la vita che incontra durante una camminata nel centro di Tangeri e specialmente nel suo mercato:
"Al mercato non si bada alle ore, ci si prende tutto il tempo necessario per discutere, per contrattare, per informarsi della salute di un vecchio amico, del matrimonio della figlia del vicino, degli affari di quel vecchio compare che ha poi cambiato quartiere...
Tutte quelle inezie che fanno la vita, tessuto vivo di prossimità, di scambi, di contrasti che rendono impossibile l'anonimato. La folla qui non è solitaria, ma è dunque solidale? Per lo meno, non è indifferente.
Andando avanti nel mercato, ho la curiosa sensazione di sentirmi portato. Cos'è che fa in modo che tutto questo stia insieme? So bene che dietro quest'apparente gioia di vivere si celano realtà sordide, che dei bambini vengono lasciati in stato d'abbandono, che proliferano innominabili traffici... E tuttavia sento che il ritmo, che dà al mercato aspetti così peculiari, non è ingannevole. Risponde a una pulsazione interna, a un'arte dell'accordo tra esseri che sembra seguire una partitura segreta, scritta sul filo di scambi e trattative, seguendo i passi di tutti coloro che vengono qui per vendere o comprare".
Credo che queste pulsazioni di vita siano sempre più difficili da trovare nelle nostre città. La spontaneità con la quale avvengono in Paesi come il Marocco ha un fascino davvero eterno, non ha caso ha stregato tanti artisti nel passato.

Sempre su "Traversate" (1)

Cito alcuni passi del libro che ho introdotto nell'ultimo post. L'autore affronta con vari personaggi dell'Africa settentrionale la questione del dualismo islam-occidente e ne risultano vari discorsi interessanti:

"Cosa ci può mai proporre di attraente il mondo attuale? Perchè bisognerebbe adeguarvisi? In nome di quali valori o seguendo quali modelli? Il tempo dell'imitazione è passato, lo sai. L'Occidente non ha alcuna lezione da darci. Il tempo delle colonie è finito. La civiltà che ha la pretesa d'incarnare è triste, mortifera e soltanto commerciale. Credi veramente che rinuncerò a quel che sono per questo? Che abbandonerò la mia maniera di vivere? Lo sai, il lavoro è stato solo uno fra altri impegni e, di certo, non quello essenziale della mia vita; ma vorrai che faccia come tutti quei pazzi, sai quelli che ho visto l'ultima volta nel quartiere della Défense, tipi che non sanno nemmeno dietro a cosa corrono? E' questo che ci proponi come modello per il futuro, è questo che opponi alla nostalgia? Oh, viaggiatore, tu te ne fotti di me, sei sicuro di essere veramente mediterraneo?"
L'identità mediterranea è ben sviluppata e se vogliamo non è sufficientemente presa in considerazione da noi italiani. Non riusciamo più a riconoscerci mediteranei prima ancora che occidentali! Ci vedono anche così dall'altra sponda del mare...ma noi sembriamo indifferenti, come se non ci appartenesse più...

martedì 19 giugno 2007

Dreaming the Mediterranean

Il libro che sto leggendo è splendido e avrei voluto scriverlo io.

E' uno di quei libri che ti prendono dall'inizio, che senti tuo, che lambisce la tua immaginazione e il tuo profondo. Insomma che tocca quelle corde che sono le tue più importanti e sensibili. Si tratta di un resoconto di un viaggio fatto da uno scrittore francese tra letteratura e realtà. Anzi, quando la letteratura e le fonti del passato riescono a dare uan chiave di lettura agli avvenimenti che hanno contraddistinto il Mediterraneo. Perchè è proprio questo il vero protagonista del libro. Il mare che ne ha viste di tutti i colori, nel quale si sono svolte battaglie epiche e che è stato teatro dello scontro tra saraceni ed europei. La chiave di lettura che Fabre ci vuole sottoporre è proprio la ricerca delle radici comuni, di un qualcosa che ci deve legare al mondo arabo, "all'altro mondo", quello da sempre non accettato e mal sopportato, soprattutto in un'epoca come questa.
Lo devo ancora finire di leggere, anzi sono solo all'inizio, ma il tono poetico, sognatore, evocatore di Fabre mi ha conquistato appieno! E poi ci sono i posti, le città che visita: tra le altre comincia da Lérins, le isole al largo di Cannes da dove comincia la narrazione (e penso si concluderà...).
Il sottoscritto le ha viste per 2 volte e parte delle emozioni vissute da Fabre sono da me ampiamente condivisibili. L'incanto, la pace che risiede, così diversa dal chiasso e dal lusso della Costa Azzurra sono davvero sublimi e come Fabre sottolinea è bello lasciarsi traspostare dalle onde per immaginare il più lontano Mediterraneo...

venerdì 18 maggio 2007

L'Africa più nera


Guerre dimenticate. Paesi dimenticati.

Ho letto propri ieri la storia di un inviato di Radio Popolare, Raffaele Masto, che ha scritto un libro sulle sue esperienze in Africa. Scritto in modo estremamente semplice, diretto e comprensibile a tutti, ha la caratteristica (sempre più rara...) di saper coinvolgere senza particolari esercizi stilistici.

Dalla Somalia all'Angola. Ed è proprio in Angola che la mia attenzione è stata rapita.

Si tratta di un Paese davvero sconosciuto ai più, specie in Italia. E' di lingua portoghese, essendo una ex colonia lusitana. Dal libro si evince da subito come il giornalista sia capitato in una relatà assolutamente pericolosa e fuori dal normale. Non descrive molto la storia del Paese, anche perchè forse non ce n'è molta, ma si sofferma su quello che vive in prima persona, dall'arrivo all'hotel più lussuoso ma non voluto... al girovagare per le pericolosissime shanty towns, in compagnia di una "guida" locale che gli fa strada avvisando i parenti e gli amici per evitare che il nostro amico faccia la fine di "una gazzella tra i leoni", come dice lui stesso.

Si evince la povertà estrema di un popolo dimenticato, sfruttato e stremato da anni di guerra civile. Il tutto in netta contrapposizione con l'Ilha, la penisoletta d'oro di Luanda, dove i ricchi bianchi e neri si strafogano nel lusso più sfrenato, con le loro macchinone parcheggiate fuori dai locali, a fianco a bambini scalzi e magrissimi che dormono sulla strada.

Colpisce l'analisi lucida e senza retorica con la quale Masto ci proietta in questo inferno sconosciuto, da dove si sente il bisogno di Dio e dell'uomo.